domenica 29 luglio 2007

Nel buio di una notte senza stelle



Nel buio di una notte senza stelle,
la notte del non senso, un vento,
è una parola, batte l’uscio del niente.

"Apri ! " chiede il vento
e scuote la stanchezza dei giorni,
entra nell’anima e guarda dentro.

È la pietà che manca
e sento cigolare nei cardini i limiti,
la fragilità dell’essere e dell’esistenza .

Parole dolci invadono la mente
ma il vento insiste e scuote,
ora leggero, membra stanche, ormai vinte.

Guardo l’Immenso nell’inutile difesa.
Che vuoi da me ? chiedo….
dammi pace …. Vento
non vedi !
non reggo il tempo ….. ed è già sera;
un domani che cade addosso sui giorni
che si succedono.
E scompare !

Dovrò lasciare per non risorgere ?
Sento il peso insostenibile di scelte
che pensavo leggere e sono qui,
davanti al mistero della vita,
in questa notte senza stelle.

Che vuoi da me ?
Porto la gioia dell’amore donato, vissuto,
e amare è stato come un sogno;
ricordo dell’innocente bambino
che giocava con le farfalle.

Porto il dolore dei lutti e di me
che lotto per raggiungere i limiti
del tanto che credevo
per poi scoprire la fragilità e l’inquietudine
dell’anima che preme
e cerca la luce.

Che vuoi da me, infine,
Vento che batti le stanze …..
di più non potevo fare,
di più non di certo !

Resta un ultimo traguardo :
accendere le stelle e tornare ad amare !
Amare i giorni che restano
come un dono prezioso
Amare le salite e le discese,
le tranquille ombrose pianure e ,
nel tempo che resta,
il volo di una farfalla.
(2006)

sabato 21 luglio 2007

Sonnecchioso e vinto


Nè rose, nè aurore
sbocceranno
ma soffi di dolore
simili a vento gelido...

Ingannare tutto e tutti
guardare nell'animo,
trascinarci dentro,
sonnecchiosi e vinti
per non sentire il bisogno
neanche di piangere
nell'inutile sfogo
la luce spenta
-----------------------------
.
.
Le parole che mi invii lasciano una nostalgia di orizzonti lontani... il bisogno di dare un senso al vivere lo portiamo dentro e la natura ci aiuta a capire quanta bellezza si cela in noi... fa parte del nostro essere degli eterni cercatori di vita, assetati di un barlume di verità per la quale saremmo disposti a impiegare molte energie. Quella domanda perenne che ci abita trova risposta nel nostro abitare la vita... è così che alcune persone, quando le incontri, fanno parte di te e le ritrovi presenti nell'anima. Il tuo nome e il tuo volto sono sempre con me; è straordinario come i legami e le storie si intreccino e in maniera inattesa e inusuale si aprano nuovi orizzonti sconosciuti. Pensiamoci così, attenti a cogliere i sentieri che Dio apre davanti ai nostri passi.Che tu possa sentire in questi giorni la tenerezza della Sua misericordia che allevia le pene e le preoccupazioni; auguri per i tuoi lavori e per te: che le tue giornate siano un bouquet di fiori da offrire all'Amore.
.
buona giornata tua sorella teresa

lunedì 16 luglio 2007

Breve





Questo luogo ha il sapore di una terra promessa raccontata lentamente, una sera d’inverno, quando il freddo rintana nelle case.
I paesi corrono sommersi tra teorie di curve aperte sul lago. Somigliano a fazzoletti disposti in confusione, chiazze che si fronteggiano appena sotto i monti.
Non diversamente desiderai la promessa.
Scrissi ad un amico e lui rispose che era possibile; venni, desiderai di restare.
I giorni succedettero ai giorni, vuoto raccolto intorno al lavoro, il ristorante, la stanza in affitto stretta nello spazio.
Paolo dice che siamo passanti anonimi, individui chiamati a sopportare gli squilibri del sistema.
Ha bisogno di braccia, dice, per esistere, gente acquistata indirettamente pronta ad accettare per cambiare, costruire.
Discutiamo spesso la sera dopo il lavoro e il ristorante.
Parliamo di donne e di problemi; parliamo di nostalgia.
Quanta gente, senza nome, realtà di un numero immenso emigra in cerca di lavoro.
Gente di Calabria e di Lucania ma non solo del Sud parte con dentro la speranza di trovare un luogo possibile: una valigia, la forza delle braccia, l’ingegno al servizio di sistemi diversi.
Simile a carne che si sposta questo è l’emigrante, accettato, cacciato, raramente trova una teoria capace di raccontarne l’esistenza.
L’emigrazione è un problema di tutti, una vergogna sociale fatta d’alienazione, malessere.Decisi questa raccolta durante un viaggio in Puglia, a Specchia, un paese prossimo all’estremo dove il Mediterraneo si unisce allo Jonio.
Le case basse e bianche, geometricamente disposte ai lati della strada lunga che ad un estremo porta verso l’interno e all’opposto indica il mare, ricordano paesaggi che hanno il sapore dell’oriente.
Abitavo in via Colonnello di Giovanni, vicino alla fontana, meta serale di un chiacchierio sommesso, quasi religioso, di donne e brocche testimoni d’una realtà immutabile.
Una collina bassa e lunga separa il paese dal mare che è, nella stagione estiva, di un blu intenso; brillante e chiaro sotto il sole del mezzogiorno.
La terra bruciata, i fichi d’india appena oltre i muretti disegnano, insieme alle case bianco calce e gli ulivi, un nàif selvaggio di colori vivi, parlanti, che assumono, nell’insieme, personalità propria tanto sono staccati e diversi.
Quell’estremo lembo di terra a cavallo tra due mari anticamente governato dai baroni e dalla Chiesa è oggi un serbatoio di braccia che sanno lavorare.
Quella realtà povera, lunga da raccontare, quel paese fatto di donne, di vecchi e di bambini; abbandonato dagli uomini e che viveva per le rimesse di quelli è simile ad altri luoghi d’un Sud dimenticato dallo Stato che fa parlare ed affanna.



Luino, luglio 1974

(Il racconto trovò ospitalità nella pagina dei frontalieri de “Il Giornale” diretto da Indro Montanelli. Siamo nel 1974)

Io non so


Quel luogo che sta nella mente fatto di fantasia ed aspirazioni incompiute al quale s’accede in momenti particolari e subito porta alla giovinezza è un insieme d’immagini sovrapposte e diverse nella sostanza; appuntamento comune con se stessi diventa, per l’emigrante, la terra promessa.

Io non so, adesso, dove sta la terra degli emigranti, se esiste o è un luogo della fantasia. Succede che questo andare verso direttrici diverse dalla logica rende improbabili i concetti.
Non bisognerebbe sprecare le risorse naturali: gli ettari che restano incolti, le braccia capaci di trasformare, di costruire.
Questa quantità che è una qualità sempre considerata eccedente è il simbolo di due Italie.
Una spinta verso il presunto miracolo economico, l’altra lasciata, per la prima, nella continua arretratezza.
Treni lunghissimi correvano, negli anni ’60, dal sud verso il nord, verso le pensiline delle città industriali d’Europa.
Portavano uomini tristi per quella realtà dipendente, senza proprietà, portatori necessari del sistema.
Aldo dice che non bisogna emigrare. “Bisogna restare e lottare” dice “ ma come fai se non c’è niente”.
Bruno e scuro di carnagione, giovane e robusto, calmo, abituato a girare il mondo e a non stupirsi di nulla, è uno degli immigrati italiani che a Zurigo lavora nelle imprese edili
“A Carlantina non c’è niente” aggiunge mimando con le dita.
“qualcuno trova lavoro a Foggia ma a Carlantina c’è solo disoccupazione”
Zurigo cerca lentamente di cambiare: gli edifici vengono abbattuti e ricostruiti, l’autostrada disegna tangenti aeree sulla periferia.
Ogni cosa sta a suo posto, qui, e recita un copione scontato:
“Nessuno esce dalle strisce pedonali, nessuno getta carta in terra”.
La mentalità pigra e materialista del luogo presenta aspetti dolci e brutali che forse la natura a comunicato agli abitanti.
Ognuno sta a suo posto, qui: gli indigeni organizzano, gli immigrati lavorano.
“Il sudore non convince questa gente” racconta Aldo “abbiamo il diritto di lavorare insieme all’umiliazione d’essere appena sopportati”.
A quest’ora del pomeriggio il “Caravelle Tea Room” è deserto. Gli italiani arrivano più tardi, alla spicciolata, dopo le partite di calcio, prima della messa vespertina.
La Missione Cattolica sta, infatti, ad un isolato dopo la curva a gomito nel cuore del quartiere italiano.
“Loro pensano all’economia” aggiunge Aldo” “ e alla produzione, pensano che dobbiamo ringraziarli per il lavoro e tutto sommato hanno ragione. E’ il Governo italiano che deve difenderci,che deve impedire la disoccupazione”
Aldo ha lasciato Zurigo: è stato licenziato.
Gli hanno detto che l’impresa non può mantenere gente incapace e chiacchierona ma lavoratori appassionati e produttivi.
Lui, il chiacchierone è partito. A Carlantina potrà muoversi liberamente.
Non ci sono strisce pedonali, infatti ma poche strade e una piazza stretta tra le case in sasso.

mercoledì 11 luglio 2007

Madonna degli orti



Cercai di rimediare
alla famiglia distrutta
dicendo a me stesso
che dovevo lottare.
.
Girai intorno:
“non c’è lavoro”, dissero.
Terra amata…
.
Partito Emanuele,
andata mia madre,
partirono gli amici:
dovevo andare.
.
Stavo tra quattro case
“Madonna degli orti”,
la chiamano:
Madonna d’emigrazione

Prima di cena ( frontiera )


Passo un’ora prima di cena
dopo un giorno oltre frontiera.
Se scendo è buio
e l’orizzonte inquadrato
racconta una teoria di luci disperse:
i confini del lago.
Il corpo assapora momenti di pace
ma ogni cosa rientra
nella solitudine.
Ci vorrebbe una donna per cambiare il discorso,
per riempire la casa ed accenderla
ma giù, a quest’ora, dopo un giorno oltre frontiera
resta solo chi gioca a carte.
Dovrei uscire per cercare
ma non escono le donne di famiglia la sera.
Resta il flipper, il biliardo,
i soliti che al bar
raccontano il fatto del giorno.
Viviamo per andare oltre frontiera
spinti da un male incurabile:
il bisogno

Il focolare



Il focolare che mi ha generato
fatto di miele e di rosa
e canzoni raccontate
nelle sere d’inverno
sta nelle strade e nelle piazze;
sui davanzali delle case
dove la gente raccoglie
i frutti del passato.
(1975)

L'odore del pane





La gente non mangia l'odore del pane
(1973)

Desideri lontani





L’ansia scontenta
l’incredulità e l’amarezza
sono l’abitudine alle storie di sempre.
Preghiere furtive
salgono
insieme a lacrime
accecato
da fuochi ormai spenti….




(1973)

martedì 10 luglio 2007

Sperduto






Io
nel mondo
tra un pullulare di vele
su onde fuggenti
simili a volti
di giovani donne
cerco
una nuvola dolce
capace d’adombrare
le mie notti insonni.

Un uomo muore
vacillando
e nessuno tende la mano
per salvarlo.



( Marzo del 1971 )

Frontiera



Tutta la poesia è finita,
un giorno d’ottobre,
freddo;
oltre le valli di frontiera
licenziavano.
Che cosa potevamo fare,
noi ...?
Potevamo restare fedeli,
le valigie pronte,
diverse,
diversi noi stessi,
uomini
ormai difficile
da uccidere dentro.




(1974)

Piediluco 1981




Ai piedi del bosco sacro,
nello stretto lembo di terra
tra il lago e il monte
e coste irregolari
come nei laghi alpini
barche addobbate a festa
sfilano notturne
illuminate
da giochi pirotecnici
Endecasillabi perfetti
trasportati dall’eco
tornano alla rocca diruta
superba ed imponente.
M’addormento sereno.

domenica 8 luglio 2007

Madonna degli orti





Cercai di rimediare
alla famiglia distrutta
dicendo a me stesso
che dovevo lottare.

Girai intorno:

“non c’è lavoro”, dissero.

Terra amata…

Partito Emanuele,
andata mia madre,
partirono gli amici:
dovevo andare.

Stavo tra quattro case
“Madonna degli orti”,
la chiamano:
Madonna d’emigrazione


(1972)